Intervista al professore Fabrizio Eva
di Giuseppe Iadevaia e Wen Sunlong
In primo luogo la ringraziamo per aver accettato il nostro invito a discutere di un problema attuale e molto serio.
Con il suo consenso vorremmo introdurla ai nostri lettori mettendo in evidenza i punti salienti della sua carriera.
Geografo politico con approccio antropologico-culturale. Docente di ruolo alle scuole superiori, insegno da 33 anni, professore a contratto 1995-2000 presso l’istituto di geografia umana della università statale di Milano, professore a contratto 2001-2008 presso il corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale della sede di Treviso di Cà Foscari.
Pubblicati una cinquantina di articoli su riviste (internazionali e nazionali) e contributi a libri collettivi (internazionali e nazionali), di cui 18 in inglese. Dal 1992 presentazioni in una cinquantina di congressi geografici.
Autore di “Cina e Giappone. Due modelli per il futuro dell’Asia”, UTET Libreria, Torino, 2000.
www.fabrizio-eva.info
Entreremo a questo punto nel tema caldo della questione: quali sono le questioni geopolitiche che sono emerse in questi mesi? E come mai solo oggi emerge in maniera così violenta la questione Tibet? Siamo giunti ad un punto di non ritorno?
La Cina è sempre più una potenza economica, ma è un attore geopolitico e diplomatico discreto. Nel senso che si è mossa solo su questioni che la riguardassero direttamente e si è apparentemente disinteressata di altre questioni geopolitiche che pure vengono considerate centrali (vedi il suo silenzio assoluto sulla questione Israele/Palestina). Per la sua specificità di paese oggi ad economia sempre più capitalista sul modello statunitense, ma all’interno di un sistema politico accentrato e guidato dal partito unico comunista, la Cina è una evidente contraddizione rispetto al “pensiero unico” che libertà economica e libertà politica procedono affiancati e che una (la libertà economica) spinge necessariamente alla seconda (la libertà politica). La Cina è una nazione da trattare coi guanti per gli enormi interessi economici che ha intrecciato con le economie capitaliste occidentali ed infatti i governi sono sostanzialmente prudenti sulla questione Tibet, mentre le manifestazioni di protesta vengono soprattutto dalla piazze e dai movimenti di base.
La questione Tibet non è stata “violenta”; per valutare la “violenza” di un conflitto bisogna fare la comparazione con le dinamiche in corso nel mondo e non sulla base della potente copertura mediatica dell’avvenimento della settimana. In Iraq, Cecenia, Darfur-Sudan, Gaza, ecc. la situazione è peggiore e più problematica, ma il sistema mediatico insegue la notizia del giorno, meglio se ci scappa il morto.
Nell’anniversario della fuga del Dalai Lama gruppi di tibetani sia all’esterno della Cina che all’interno (questa è una significativa novità) hanno manifestato pubblicamente la propria protesta e il governo cinese è intervenuto come avrebbe fatto qualsiasi altro governo di un paese non-ricco. Noi occidentali e ricchi tendiamo a dimenticare che il nostro cosiddetto sistema democratico è il risultato di scontri violenti tra classi sociali e tra governi e partiti/movimenti, e gli stati di qualunque tipo intervengono con forze repressive quando ritengono che la “soglia” della quiete pubblica sia stata superata. Dove si colloca la soglia e quali mezzi siano da usare dipendono dalle condizioni socio-politiche (e culturali) interne di ogni paese.
Il punto di non ritorno è già stato superato dal fatto che oggi in Tibet la maggioranza della popolazione (circa il 55%, ma è un dato in aumento costante) è di etnia Han. Se si facesse oggi un referendum su un maggior grado di autonomia per il Tibet, probabilmente le posizioni dei tibetani perderebbero.
Secondo lei si tratta di scontro religioso oppure geopolitico?
La religione ha pochissimo significato per il governo cinese; solo per i tibetani. Il governo diffida di tutti i movimenti, religioni, sette, ecc. che hanno “filosofie” che lasciano intendere che possano essere meno leali verso lo stato (e il governo) rispetto ai propri leader. In questo senso il buddismo lamaista è “pericoloso” per i dirigenti del partito comunista. Lo stesso contenzioso c’è con la chiesa cattolica.
Anche e soprattutto in vista dei giochi olimpici, Tanto attesi dalla popolazione cinese, a quali conseguenze diplomatiche può portare la “questione Tibet” emersa in queste settimane?
Che qualche capo di stato non partecipi alla cerimonia iniziale. Ma c’è ancora tempo per tali decisioni e gli interessi economici in ballo sono tali che saranno pochi i leader disposti concretamente a questo gesto simbolico che i cinesi ripagheranno adeguatamente con ritorsioni politiche e diplomatiche (e certamente anche economiche) del medesimo livello.
Secondo lei in tutta questa situazione si possono evidenziare con chiarezza delle colpe attribuibili a qualcuno?
All’incapacità di gestione diplomatica del governo cinese (che del resto è ancora “giovane” in questo ambito), alla rigidità della cultura cinese nel conflitto tra autorità (confucianamente necessaria e indiscutibile) e spinte/proteste sociali, alla pesante ipocrisia della cosiddetta comunità internazionale che è egemonizzata da leader di basso livello (secondo me) ostaggi di un sistema mediatico irresponsabile; che però è necessario nel mondo ricco e occidentale per la costruzione del cosiddetto consenso, utile per il successo elettorale.
La questione dei diritti umani nel Tibet è una questione aperta da più di 20 anni in occidente, da quando la Cina ha aperto le frontiere ai Paesi stranieri appunto. Pensa che tutto questo sia una strumentalizzazione per attaccare il profilo dello Stato cinese?
La questione Tibet è più vecchia. Certo è anche una occasione strumentale per “mostrarsi” alla propria opinione pubblica che è stata sollecitata da qualche anno (dai soliti media, soprattutto TV) a veder la Cina come il pericolo giallo. Nè più nè meno di come negli anni ’80 negli USA il pericolo giallo era il Giappone.
Paradossale riportare ai giorni nostri la lotta non violenta di Gandhi nei primi anni del ‘900, quando palesemente vediamo trasmesse in tv le immagini di giovani tibetani che lanciano oggetti e fanno resistenza attiva. Un punto a favore per scindere lotta religiosa da quella politica?
La TV cinese ha mostrato continuamente le scene di assalti ai negozi, di attacchi a cinesi Han fatti dai manifestanti tibetani che venivano definiti criminali prezzolati dal Dalai Lama che hanno ucciso molti poliziotti. I giovani cinesi sono tutti dalla parte del governo; soprattutto non capiscono come il Tibet, remota provincia abitata da poca gente arretrata culturalmente e con abitudini strane, possa essere così importante per il resto del mondo se non per preconcetta ostilità verso la Cina.
Dell’attivismo gandhiano si ricorda solo la non violenza e non la sua straordinaria capacità di trovare strategie di lotta efficaci perché inaspettate, originali e mirate alla sostanza delle cose che sgretolava poi la forma “politica”.
Il Dalai Lama mi sembra che sia l’unico in questo momento ad avere una ampia capacità critica e gestionale, ma lavorano contro di lui sia parte dei tibetani che molti occidentali. Il suo essere leader religioso è un ostacolo per la lotta perché troppo facilmente tibetani e occidentali seguono lo specchietto delle allodole dell’enunciazione dei “diritti umani” perdendo di vista la necessità di confronto e negoziazione (tra tibetani e governo cinese) su pratiche concrete, quotidiane, che sono sul serio i diritti umani.
Continuare a dire “indipendenza”, “autonomia”, ecc. senza riempirle di proposte concrete (es. uso della lingua tibetana nelle scuole elementari? Parlamento autonomo tibetano sul modello Hong Kong? Cos’altro?) significa fare un pessimo servizio proprio ai diritti umani.
Grazie mille professore per essersi prestato alle nostre domande. Un saluto da parte nostra e dai lettori di Sognandoitalia.